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Di Riccardo Bramante
Si è aperta la 62° edizione del Fesival dei Due Mondi a Spoleto con l’esecuzione, al Teatro Nuovo “Giancarlo Menotti”, dell’opera lirica di Silvia Colasanti “Proserpina” tratta dall’omonimo dramma della poetessa inglese Mary Shelley per la regia di Giorgio Ferrara che, come è noto, è anche il Direttore artistico del Festival stesso.

Il lavoro racconta la storia del rapimento di Proserpina da parte di Plutone, re degli Inferi, e dell’intervento di Giove, padre di Proserpina, che impone a Plutone di lasciarla tornare sulla terra dalla madre Cerere in primavera ed in estate, dando luogo, appunto, all’alternanza delle stagioni.

Ma, al di la del mito, ciò che domina tutta l’opera è il rapporto psicologico madre-figlia che già si trovava nel dramma della Shelley e che la Colasanti ha interpretato con slanci musicali di grande intensità e con una partitura in cui tale rapporto risalta in ogni momento.

E se il “Minotauro”, presentato dalla Colasanti lo scorso anno era stato un lavoro complesso che ne aveva evidenziato le sue grandi capacità creative, con “Proserpina” la giovane compositrice raggiunge la piena maturità con una scrittura trasparente che si accende ora in fiammate ora in malinconici abbandoni in cui possono riconoscersi le radici della tradizione operistica del Seicento e Settecento reinterpretata secondo gli stilemi del presente.

Particolarmente indicativo è anche il fatto che l’opera presenta una partitura tutta al femminile: dei sette personaggi, sei sono donne e l’unico uomo è Ascalaphus, un demone a cui la partitura riserva solo poche ma incisive battute.

Estremamente toccante è, nel secondo atto, il lungo dialogo tra madre e figlia (Cerere, interpretata dalla soprano Sharon Carty, e Proserpina , Disella Larusdòttir) che la stessa Colasanti, nel libretto di sala, definisce il “suono dell’addio”, in cui la protagonista con consapevole maturità la decisione di Giove di trattenerla sei mesi sullaterra con la madre e sei mesi sposa di Plutone e sovrana degli Inferi a simboleggiare il continuo alternarsi della vita e della morte.

Da non dimenticare, infine, il grande contributo al successo dato dalla Orchestra Giovanile Italiana che, sotto la direzione del maestro Pierre Andrè Valade, ha trovato l’ispirazione necessaria per eseguire con estrema baldanza la difficile partitura convincendo il pubblico presente che ha tributato alla fine un lungo applauso a tutti gli interpreti.