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“Donne Bambine Colonne e Regine” è questo il titolo del libro dello scrittore e poeta Marco Petrillo. Un libro pubblicato da “Graus Edizioni” che sta riscuotendo un grande successo ed ha in se oltre che qualcosa di bello anche qualcosa di buono dato che rientra in un progetto benefico. Ma incontriamo da vicino e conosciamo meglio lo scrittore Marco Petrillo attraverso questa intervista.

Benvenuto Marco, racconta un po’ di te ai nostri lettori.

Sono Irpino di nascita, ma ho viaggiato moltissimo nel mondo seguendo mio papà che lavorava nelle ambasciate italiane all’estero. Al mio rientro in Italia mi sono laureato a Salerno e poi ho iniziato un percorso lavorativo a Roma con la fondazione Don Gnocchi. Nel tempo ho conseguito una seconda laurea in scienze dei servizi giuridici. Questa è la mia formazione. Ma ho anche una grande passione per l’arte in generale ed in particolare per il teatro, la poesia e la scrittura. Amo definirmi un “rimatore” piuttosto che un poeta.

Questo è il primo libro che scrivi?

Si questo è il mio primo libro. Per il titolo “Donne e bambine colonne e regine” mi sono ispirato ad una frase che soleva dire Rita Levi Montalcini riferendosi alle donne che definiva della “colonne” poiché nella società attuale devono sostenere il peso sia all’interno della famiglia che all’esterno. Sono quindi le donne le vere colonne portanti della società.

Il libro nasce attraverso una storia di un’amicizia ultra ventennale, una mia amica blogger avellinese Paola Lauretano. Ogni volta che faceva un viaggio e un reportage per il suo blog ,  le dedicavo una filastrocca centrata proprio sul viaggio appena fatto. Abbiamo deciso un giorno di raccoglierle tutte. Lo scorso anno fra l’altro Roberta Beolchi fondò l’associazione EDELA a sostegno e tutela degli orfani delle vittime di femminicidio. Non ci sono stime certe ma si contano oltre 1800 orfani speciali a causa dei femminicidi, una tragedia nella tragedia. Il progetto è nato così spontaneamente e decisi di devolvere i proventi della vendita del libro a questa associazione. Adesso è diventato un progetto abbastanza importante con molteplici presentazioni in tutta Italia in un percorso itinerante e con interventi tecnici per la sensibilizzazione su questo drammatico tema.

C’è un passo particolare di questo libro che ti è più caro?

Si c’è, si tratta di “Dolcezza” una filastrocca dedicata a Beatrice Cenci in cui viene menzionata, eccola: “Oggi poesie, Inchini e rose alle donne meravigliose; Beatrice Cenci ha subito violenza. La dolcezza è la sua potenza. Ogni donna possa esprimere in libertà il dono della propria femminilità. Paola senza pregiudizio e angheria colora il mondo e traccia la via”.

Marco ma da bambino pensavi o desideravi fare lo scrittore?

Si è una cosa che mi ha sempre affascinato ed appassionato. E’ un qualcosa che mi fa sentire vivo.

Il tuo rapporto con la scrittura è cambiato nel tempo, cosa significa scrivere oggi?

E’ sempre stato un rapporto di amore e devozione e nel tempo sono diventato un pochino più sensibile in particolare proprio mentre scrivo. Per me oggi scrivere significa esternare sentimenti che non è più facile manifestare nel mondo che ci circonda.

Cosa hai provato a vedere il tuo primo libro pubblicato?

Tanta emozione ma sicuramente un emozione “diversa” che fluisce nel progetto di beneficenza che ci siamo prefissati. Un qualcosa che mi rende ancor più grato ed orgoglioso anche per il tema trattato. Il libro principalmente è indirizzato alle donne, anche se poi sono convinto che la vera evoluzione su questa tragica tematica in realtà dovrebbe venire dagli uomini.

Marco conta l’esperienza diretta della vita quando si scrive un libro?

Conta tantissimo certamente. Io mi definisco un viaggiatore, ho girato il mondo sin da piccolo ed è importante vedere il mondo che ci circonda e comprendere che non è solo rose e fiori. Questo ci fa crescere in sensibilità ed in particolare verso gli ultimi e i più indifesi.

Quanto conta invece l’immaginazione?

L’immaginazione è fantasia, qualcosa che fa parte di ognuno di noi. Se non immaginiamo più, siamo già morti prima della morte fisiologica. Impossibile immaginare una vita senza fantasia, senza sogni, non avrebbe ragione d’esser.

Il tuo processo creativo?

Le filastrocche nascono dall’estemporaneità, poi entra in campo l’immaginazione. Successivamente si affina il tutto con la traduzione dell’immaginazione in scrittura e con la ricerca delle parole appropriate, per rendere la filastrocca melodica. Non a caso le filastrocche sono state usate per tramandare usi e costumi e anche per l’aspetto pedagogico. Essendo cariche di melodia sono anche facili da ricordare per i bambini. Quando” creo” una filastrocca torno un po’ bambino anche io focalizzandomi su un’immagine che poi diventa l’oggetto della mia scrittura, dando li per li sfogo al mio pensiero anche in modo surreale.

E’ importante la “credibilità” di una storia da offrire ai lettori?

Deve essere credibile più il personaggio che la storia. Il personaggio lo rendo vivo cercando di carpire i sentimenti dei lettori. Non è una scrittura fine a se stessa ma è molto importante ciò che il lettore prova nel momento in cui legge le storie delle filastrocche.

La scrittura può avere delle proprietà terapeutiche?

Assolutamente si, per me le ha perché mi fa conoscere ulteriormente me stesso. Nel momento in cui scrivo mi confronto prima con me stesso e poi mi confronto con i lettori. Il primo momento è un incontro con la mia anima.

Progetti e appuntamenti futuri?

Vorrei scrivere un libro sul terremoto dell’Irpinia che ho vissuto da quando ero bambino, Nel 2020 ci sarà il 40° anniversario del terremoto in Irpinia e vorrei scrivere qualcosa. Ho già un’idea ma da mettere a fuoco. Per gli appuntamenti il 6 maggio saremo al Liceo Manzoni di Caserta con “Sentimenti e violenza di genere” e poi nel pomeriggio a Villa Vetrano con “Orfani di Femminicidio un trauma nel trauma”. Se i lettori ci volessero seguire attraverso i social lo potranno fare sul mio profilo Facebook o su quello dell’associazione EDELA.